Un sogno e la passione, si sa,
financo potranno rivoltare
una barca finita a capofitto
in mezzo al mare
Così rivarchi, bagnato,
sul più bello,
limpido il confine
del pesce con l’uccello.
Ma guarda un po' che strano,
nel mare capovolto
scovo che un mio pensiero
tra i flutti si è dissolto
Ed ecco, all’improvviso,
riemerge bagnato il cuore e il viso,
l’uno batte di gioia
quell’altro col sorriso
Vincenzo Cordovana
22.10.2010
venerdì 4 marzo 2011
venerdì 5 novembre 2010
Rimbalzi
Ricordo quel colore,
io ero un ragazzino,
ricordo quel calore,
di maggio, un bel mattino.
Ricordo che inseguivo,
rotonda la mia meta,
che calma rimbalzava,
un po' stella cometa.
Ricordo come allora
che in essa mi annullavo,
cieli, abissi, mari, monti
leggero valicavo.
Ricordo che quel mondo,
sudato sul campetto,
facevo rotolare
con semplice calcetto.
Chissà se l'universo,
la vita e pur l'amore
sia solo un bel trastullo
del Grande Calciatore.
Chissà se il mappamondo,
la notte, la mattina,
sia solo, da gioco,
che rimbalza, una pallina
03.09.2010
io ero un ragazzino,
ricordo quel calore,
di maggio, un bel mattino.
Ricordo che inseguivo,
rotonda la mia meta,
che calma rimbalzava,
un po' stella cometa.
Ricordo come allora
che in essa mi annullavo,
cieli, abissi, mari, monti
leggero valicavo.
Ricordo che quel mondo,
sudato sul campetto,
facevo rotolare
con semplice calcetto.
Chissà se l'universo,
la vita e pur l'amore
sia solo un bel trastullo
del Grande Calciatore.
Chissà se il mappamondo,
la notte, la mattina,
sia solo, da gioco,
che rimbalza, una pallina
03.09.2010
venerdì 25 giugno 2010
Vivo nella finzione, per davvero
Lui amava la finzione
Lei amava la verità
Lui fingeva di amarla
Lei disse: “...no, non ci sto, non farò come te, non ti seguirò sulla strada dei falsi significati...!” e non lo amò più
Lei voleva un amore vero.
Allora lui smise di fingere di amarla ed iniziò a fingere di non amarla.
Lei disse: “...no, ci sto, non farò come te, non ti seguirò sulla strada dei falsi significati...!” e lo amò di nuovo.
Lei voleva un non amore vero.
L'amor si alimenta, alla bisogna,
della vita, del vero e pur della menzogna
25.06.2010
Vincenzo Cordovana
Lei amava la verità
Lui fingeva di amarla
Lei disse: “...no, non ci sto, non farò come te, non ti seguirò sulla strada dei falsi significati...!” e non lo amò più
Lei voleva un amore vero.
Allora lui smise di fingere di amarla ed iniziò a fingere di non amarla.
Lei disse: “...no, ci sto, non farò come te, non ti seguirò sulla strada dei falsi significati...!” e lo amò di nuovo.
Lei voleva un non amore vero.
L'amor si alimenta, alla bisogna,
della vita, del vero e pur della menzogna
25.06.2010
Vincenzo Cordovana
giovedì 17 giugno 2010
Insindacabilmente Sindaco
Godereccio e gaglioffo, proprio come piace a me.
Non si batte per la legalità che lega e non pretende di moralizzare nessuno.
Preferisce una collaboratrice carina e disponibile che non pretenda di essere anche intelligente (il Signore non può dare tutto ad una persona) ad una meno carina che gli altri ipotizzano che essendo meno carina debba essere almeno intelligente (nella speranza che lo stesso Signore di cui sopra abbia avuto la benevolenza di concederle almeno una qualità).
Non dilapida le risorse pubbliche in progetti di pubblica utilità ben sapendo, da profondo conoscitore dell'animo umano qual è, che la collettività è la somma di individui che cercano di avvantaggiarsi a danno della collettività.
Lui non ci casca e preferisce presentarsi direttamente come garante dell'individualità, esemplarmente cominciando dalla sua.
Non promette nulla e quindi non è obbligato a mantenere nulla.
Lui non potrà mai tradire le nostre aspettative perchè noi da lui non dovremo attenderci nulla.
Lui non è un finto altruista, lui è sempre se stesso, è sempre sanamente e coerentemente egoista (lui sa bene che a volte l'egoismo, se sincero, ha delle ricadute positive anche negli altri e quindi può avere una retro lettura a carattere involontariamente altruistico).
Sei una simpatica canaglia.
Mio Sindaco, ti adoro,
ti voto per ossimoro
17.06.2010
Non si batte per la legalità che lega e non pretende di moralizzare nessuno.
Preferisce una collaboratrice carina e disponibile che non pretenda di essere anche intelligente (il Signore non può dare tutto ad una persona) ad una meno carina che gli altri ipotizzano che essendo meno carina debba essere almeno intelligente (nella speranza che lo stesso Signore di cui sopra abbia avuto la benevolenza di concederle almeno una qualità).
Non dilapida le risorse pubbliche in progetti di pubblica utilità ben sapendo, da profondo conoscitore dell'animo umano qual è, che la collettività è la somma di individui che cercano di avvantaggiarsi a danno della collettività.
Lui non ci casca e preferisce presentarsi direttamente come garante dell'individualità, esemplarmente cominciando dalla sua.
Non promette nulla e quindi non è obbligato a mantenere nulla.
Lui non potrà mai tradire le nostre aspettative perchè noi da lui non dovremo attenderci nulla.
Lui non è un finto altruista, lui è sempre se stesso, è sempre sanamente e coerentemente egoista (lui sa bene che a volte l'egoismo, se sincero, ha delle ricadute positive anche negli altri e quindi può avere una retro lettura a carattere involontariamente altruistico).
Sei una simpatica canaglia.
Mio Sindaco, ti adoro,
ti voto per ossimoro
17.06.2010
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mercoledì 16 giugno 2010
Evoluzione curvilineo rettilinea
Un articolo pubblicato su Sicilia Informazioni nel mese di febbraio 2010, che mi permetto di sottoporre ad una bonaria banalizzazione, citava uno studio scientifico che identificava nel “nucleo accumbens” del cervello un centro in cui risulterebbe “fissata” secondo un programma evolutivo l'attrazione verso le sinuosità del corpo femminile.
Le curve femminili sortirebbero sul sensibilissimo nucleo accumbens lo stesso effetto causato dalla assunzione di droghe.
Perdonatemi se la mia citazione è alquanto leggera ma non posso astenermi dal proporvi una riflessione musicale degli scienziati Claudio Bisio e Rocco Tanica
Il titolo è certamente evocativo:
"Sotto la quarta non può essere vero amore"
Simpatica vero?
E' chiaro che la canzoncina è soltanto una burla e non vuole assolutamente risultare discriminatoria nei confronti delle terze, delle seconde, delle prime e delle misure che potremmo chiamare spiritosamente “padane”, come la nota pianura.
Per quanto mi riguarda mi ritengo disponibile a trovare attraente ogni tipo di curvilineità, sia essa molto marcata o appena accennata.
Si, lo so che questo dato disorienterà la comunità scientifica e per dirimere la problematica sono disposto a sottopormi ad esame neuroradiologico che indaghi la struttura del mio nucleo accumbens.
E' proababile che al posto del succitato “nucleo accumbens” io, per scherzo della natura o forse per mutazione genetica, sia dotato del mutante “nucleo accomodans”

“Milena le tue curve son cosa coinvolgente
e se tra lor mi arrampico, un pò incoscientemente
mi sento un po' un ardito giovane esploratore
che cerca l'avventura parlandoti d'amore
Oppur potrei sognare d'essere scalatore
che il ciel vuole raggiungere
col corpo e con il cuore,
che vive l'avventura cercandovi l'amore.
Ma anche quelle forme che dir, poco scoscese
possono, se percorse, celar delle sorprese.
Sara, il tuo nome mi evoca il deserto
enorme ed assolato, ormai ne sono certo.
E quando mi sento perso e rischio di bruciare
ecco improvvisa un'oasi, mi vado a riposare.
Dopo quella pianura, torrida ed infinita
giungo in quel luogo fresco, ritorna in me la vita”

Sempre in tema di scienza dell'evoluzione non posso non considerare criticamente il “percorso evolutivo” che gli scienziati hanno identificato nel passaggio da “homo erectus ad homo sapiens”.
Mi perdonerete se mi permetto di dissentire da questa impostazione che ritengo erronea per quanto attiene all'evolutività del percorso che io ritengo, in realtà, a carattere francamente “involutivo”.
Auspico quindi che grazie alle stimolazioni a valenza progressiva ed evolutiva che provengono dalla presenza femminile, sia essa curvilinea o rettilinea, l'odierno “homo sapiens” possa velocemente completare il suo ciclo involutivo verso l'”homo viagratus” (in certe caverne del periodo metropolitano sono state trovate tracce di pillole blù che risultavano molto apprezzate dagli uomini del terzo millennio) per poi riprendere una fase a certo carattere evolutivo che lo possa portare a riappropriarsi della dimensione di “homo insapiens” per giungere, finalmente e con buona pace di tutti, al recupero dello stato originario di “homo erectus”.
Vincenzo Cordovana
16.06.2010
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mercoledì 9 giugno 2010
Equilibrio instabile di un neokayaker
"Un noto cantautore parlava della ricerca di un "Centro di gravità permanente".
Impossibile.
La parola "permanente" non credo ci appartenga e certamente non appartiene a me.
Bisognerà accontentarsi della continua ricerca di equilibri instabili"

Cercando un nuovo equilibrio ho deciso di diventare kayaker.
Cosa vuole dire? Molto semplice, il kayaker è il praticante della navigazione in kayak.
Cos'è il kayak? Molto semplice, il kayak è quella imbarcazione dove gli esquimesi si vanno ad incassare, quasi fondendovisi e con la quale sono soliti svolgere tutte le loro attività, ovvero la pesca per mettere qualcosa sotto i denti.
Detto ciò vi è da dire che nell'immaginario dei non esquimesi (come me) il kayak è quella imbarcazione dall'equilibrio precario dove alcuni temerari vanno ad infilarsi sfidando la paura di rimanere in acqua a testa in giù.
Non bisogna sbagliare, bisogna restare sempre attenti a non perdere il proprio equilibrio.
Bello questo senso di precarietà, ci vedo qualcosa di buono, di vero.
E così che mi sono determinato ad apprendere i rudimenti del kayak, anzi a diventare io stesso un kayaker siculo-esquimese (un pò come il mitico Alberto Sordi nell'altrettanto mitico film “Un americano a Roma”).
Detto fatto, ho contattato un anch'esso mitico istruttore presso la Lega Navale di Palermo e mi sono sottoposto ad un apprendistato preliminare.
Portato a termine il corso, imponendomi tutta la prudenza del caso, ho iniziato ad abbozzare delle timide uscite in mare autogestite.
Anche oggi sono arrivato alla Lega Navale circa alle 15 per una possibile uscitina in mare. Prima di posteggiare mi ero già fermato al chioschetto dove ho preso una Coca Cola ed una bottiglietta d'acqua da portare a mare.
Alla Lega non c'era nessun kayaker già uscito in mare o prossimo ad uscire, cerco sempre di non uscire da solo, di garantirmi un qualche possibile, opportuno supporto.
Si stavano preparando per uscire i ragazzi che praticano lo sport della canoa olimpica che si allenano ogni giorno (lo scorso anno sono arrivati terzi in Italia tra più di cento società).
Stava per uscire anche l'imbarcazione della scuola vela gestita da un kayaker velista, un vero uomo di mare insomma, uno dei miei nuovi amici con il quale ci scambiamo le pagaie ed anche affetto e disponibilità.
Non c'era molto vento ma il mare sembrava non del tutto calmo.
Che fare? Uscire per la prima volta da solo correndo qualche rischio dovuto alla mia inesperienza o rinunciare?
Uscito dal water sociale nel quale mi ero rifugiato a causa di una subentrante emozione con somatizzazione gastrica avevo deciso di andare a mare, da solo.
Rallentando tutte le operazioni di preparazione ho proceduto a preparare il mio bel kayak, la Daytona 530 giallo cromo e mi sono sottoposto alla vestizione, alla metamorfosi. E così dopo alcuni minuti sono uscito dallo spogliatoio ormai pronto per andare.
Mi sono staccato dalla banchina in legno dopo avere regolato con la massima calma il paraspruzzi che dovrebbe evitare all'acqua di entrare nello scafo ma che potrebbe, seguendo l'immaginario della paura, impedirmi di uscire in caso di un possibile ribaltamento.
Basta, sono uscito con una pagaiata calma e con l'occhio al mare fuori dal porto.
Appena fuori entravano delle onde lunghe che riuscivo a superare senza difficoltà. Sono arrivato così dentro il vicino porto dell'Acquasanta, luogo sicuro dove mi sono rifugiato dopo una navigazione oceanica di alcune centinai di metri.
Ho preso l'abitudine di iniziare la pagaiata con una visitina preliminare all'Acquasanta. Mi concedo un giro dei vari bracci dopo avere superato l'ingresso in porto che quasi sempre presenta delle turbolenze che, alcuni giorni, mi creano anche delle difficoltà, soprattutto quando vi si unisce qualche raffica di vento.
Mi piace crogiolarmi al riparo del porto dell'Acquasanta, anche il nome è rassicurante, quando l'ingresso è stato difficoltoso e l'uscita potrebbe essere anche più impegnativa, soprattutto con il vento ed il mare che entrano di prua. Oggi non c'era troppo vento ma il mare era gonfio e più si provava ad uscire più si incontravano onde quali, nella mia ancora preliminare pratica del kayak, non avevo ancora incontrato.
Appena uscito vedo lontano, al largo e verso est la barca a vela dei corsisti.
Inizio a dirigermi verso di loro senza sapere cosa fare. Non ho deciso di andare ad incontrare la vela, mi sono trovato li senza deciderlo. Il mare era mosso e rotto. Raggiunta la meta rapidamente sono tornato nei miei bacini di sicurezza. Mi riferisco al triplice braccio dell'Arenella e sono anche tornato alla base, la sede della Lega Navale.
Dopo qualche minuto di stasi è scattata in me una molla.
Dovevo uscire di nuovo, questa volta verso il largo.
Erano già le cinque passate.
Uscito trepidante dal porticciolo e poi dal golfetto lo scenario era abbastanza preoccupante. Il mare era molto gonfio ed irregolare.
Sentivo una sensazione particolare, di paura calma. Ero consapevole che avrei potuto perdere il controllo del kayak e cercavo di pagaiare con calma ed attenzione. Al contempo non riuscivo a tirarmi fuori da quella dimensione di solitudine in un mare più grande di me. Per una decina di minuti sono uscito verso il largo pagaiando con calma e con maggiore forza sulle onde più impegnative (almeno per me).
Ho sentito una stupenda sensazione di solitudine, precarietà, paura e calma assolute. Ero ben consapevole che ogni onda poteva vincermi e cercavo di non sfidare l'onda con l'uso della forza ma anche di non rimanere passivo.
Ero giunto in un punto dove non mi avrebbe potuto pensare e cercare nessuno.
Era quello che volevo e che temevo.
Spinto non so da cosa ho cercato di individuare la vela dei corsisti guardando verso est (io ero uscito direttamente verso fuori) ma non riuscivo a scorgere nulla. Dopo avere virato, decuplicando la preoccupazione e l'attenzione per il rischio di perdere il controllo traversandomi alle onde, ho iniziato a dirigermi verso est con rotta a rientrare.
Mi ero imposto di non tornare indietro ma di andare verso questo incontro-traguardo.
Il mare era sempre più gonfio ed il mio respiro si stava facendo un poco teso ma ormai ero fuori, direi pure al largo. Anche tornare sarebbe stato impegnativo e certamente avrebbe richiesto del tempo. Ho pensato quindi che tra tornare ed allontanarmi ancora di più andando verso est alla ricerca della vela-ideale non ci sarebbe stata grande differenza.
Ormai ero solo, inesperto, in mezzo al mare gonfio (sottolineo “per me”).
Nella mia mente sentivo farsi il vuoto ed il gesto della pagaiata e la ricerca dell'equilibrio, messo in discussione ad ogni onda, diventava la mia unica dimensione.
Ho pensato cosa potesse avermi indotto a lanciarmi a capofitto (è proprio il caso di dirlo) in questa nuova condizione il cui scopo è viaggiare felice ed atterrito nel più temuto degli elementi, l'elemento primordiale , quello dal quale proveniamo e dal quale non sapremo mai se desideriamo distaccarci o farvi ritorno.
Oggi credo di avere percepito il “doppio” che il mare può rappresentare per noi.
Ecco il segreto, desiderarlo e fuggirlo allo stesso tempo.
Oggi ho vissuto il piacere di un equilibrio precario che è una sorpresa ed un dono e che ad ogni onda può essere messo in discussione o addirittura negato.
Bisogna accettare tutto quello che il mare e la vita vorrà.
Pagaiando alla ricerca del mio equilibrio ho intravisto lontana una macchia bianca che sarebbe potuta essere una vela. Ho iniziato a dirigermi verso quel punto bianco forse vela.
Era una vela ed era proprio la vela dei corsisti. L'ho raggiunta all'altezza dell'ingresso del Porto di Palermo. Le onde erano ancora più impegnativa a causa della risacca di ritorno dalla diga foranea ed ho avuto ancora paura.
Ho quindi iniziato la strada del ritorno.
All'ingresso del bacino della Lega Navale mi sentivo sereno. Di certo non euforico. Non ho parlato con nessuno di quanto avevo vissuto.
In fondo poteva anche essere un mare calmo e non inquietante per altri kayaker navigatori ed essere un mare mosso e solitario soltanto per me, neokayaker che cerca di rimanere a galla, a testa alta, cercando di mantenere il proprio precario equilibrio
09.06.2010
Impossibile.
La parola "permanente" non credo ci appartenga e certamente non appartiene a me.
Bisognerà accontentarsi della continua ricerca di equilibri instabili"

Cercando un nuovo equilibrio ho deciso di diventare kayaker.
Cosa vuole dire? Molto semplice, il kayaker è il praticante della navigazione in kayak.
Cos'è il kayak? Molto semplice, il kayak è quella imbarcazione dove gli esquimesi si vanno ad incassare, quasi fondendovisi e con la quale sono soliti svolgere tutte le loro attività, ovvero la pesca per mettere qualcosa sotto i denti.
Detto ciò vi è da dire che nell'immaginario dei non esquimesi (come me) il kayak è quella imbarcazione dall'equilibrio precario dove alcuni temerari vanno ad infilarsi sfidando la paura di rimanere in acqua a testa in giù.
Non bisogna sbagliare, bisogna restare sempre attenti a non perdere il proprio equilibrio.
Bello questo senso di precarietà, ci vedo qualcosa di buono, di vero.
E così che mi sono determinato ad apprendere i rudimenti del kayak, anzi a diventare io stesso un kayaker siculo-esquimese (un pò come il mitico Alberto Sordi nell'altrettanto mitico film “Un americano a Roma”).
Detto fatto, ho contattato un anch'esso mitico istruttore presso la Lega Navale di Palermo e mi sono sottoposto ad un apprendistato preliminare.
Portato a termine il corso, imponendomi tutta la prudenza del caso, ho iniziato ad abbozzare delle timide uscite in mare autogestite.
Anche oggi sono arrivato alla Lega Navale circa alle 15 per una possibile uscitina in mare. Prima di posteggiare mi ero già fermato al chioschetto dove ho preso una Coca Cola ed una bottiglietta d'acqua da portare a mare.
Alla Lega non c'era nessun kayaker già uscito in mare o prossimo ad uscire, cerco sempre di non uscire da solo, di garantirmi un qualche possibile, opportuno supporto.
Si stavano preparando per uscire i ragazzi che praticano lo sport della canoa olimpica che si allenano ogni giorno (lo scorso anno sono arrivati terzi in Italia tra più di cento società).
Stava per uscire anche l'imbarcazione della scuola vela gestita da un kayaker velista, un vero uomo di mare insomma, uno dei miei nuovi amici con il quale ci scambiamo le pagaie ed anche affetto e disponibilità.
Non c'era molto vento ma il mare sembrava non del tutto calmo.
Che fare? Uscire per la prima volta da solo correndo qualche rischio dovuto alla mia inesperienza o rinunciare?
Uscito dal water sociale nel quale mi ero rifugiato a causa di una subentrante emozione con somatizzazione gastrica avevo deciso di andare a mare, da solo.
Rallentando tutte le operazioni di preparazione ho proceduto a preparare il mio bel kayak, la Daytona 530 giallo cromo e mi sono sottoposto alla vestizione, alla metamorfosi. E così dopo alcuni minuti sono uscito dallo spogliatoio ormai pronto per andare.
Mi sono staccato dalla banchina in legno dopo avere regolato con la massima calma il paraspruzzi che dovrebbe evitare all'acqua di entrare nello scafo ma che potrebbe, seguendo l'immaginario della paura, impedirmi di uscire in caso di un possibile ribaltamento.
Basta, sono uscito con una pagaiata calma e con l'occhio al mare fuori dal porto.
Appena fuori entravano delle onde lunghe che riuscivo a superare senza difficoltà. Sono arrivato così dentro il vicino porto dell'Acquasanta, luogo sicuro dove mi sono rifugiato dopo una navigazione oceanica di alcune centinai di metri.
Ho preso l'abitudine di iniziare la pagaiata con una visitina preliminare all'Acquasanta. Mi concedo un giro dei vari bracci dopo avere superato l'ingresso in porto che quasi sempre presenta delle turbolenze che, alcuni giorni, mi creano anche delle difficoltà, soprattutto quando vi si unisce qualche raffica di vento.
Mi piace crogiolarmi al riparo del porto dell'Acquasanta, anche il nome è rassicurante, quando l'ingresso è stato difficoltoso e l'uscita potrebbe essere anche più impegnativa, soprattutto con il vento ed il mare che entrano di prua. Oggi non c'era troppo vento ma il mare era gonfio e più si provava ad uscire più si incontravano onde quali, nella mia ancora preliminare pratica del kayak, non avevo ancora incontrato.
Appena uscito vedo lontano, al largo e verso est la barca a vela dei corsisti.
Inizio a dirigermi verso di loro senza sapere cosa fare. Non ho deciso di andare ad incontrare la vela, mi sono trovato li senza deciderlo. Il mare era mosso e rotto. Raggiunta la meta rapidamente sono tornato nei miei bacini di sicurezza. Mi riferisco al triplice braccio dell'Arenella e sono anche tornato alla base, la sede della Lega Navale.
Dopo qualche minuto di stasi è scattata in me una molla.
Dovevo uscire di nuovo, questa volta verso il largo.
Erano già le cinque passate.
Uscito trepidante dal porticciolo e poi dal golfetto lo scenario era abbastanza preoccupante. Il mare era molto gonfio ed irregolare.
Sentivo una sensazione particolare, di paura calma. Ero consapevole che avrei potuto perdere il controllo del kayak e cercavo di pagaiare con calma ed attenzione. Al contempo non riuscivo a tirarmi fuori da quella dimensione di solitudine in un mare più grande di me. Per una decina di minuti sono uscito verso il largo pagaiando con calma e con maggiore forza sulle onde più impegnative (almeno per me).
Ho sentito una stupenda sensazione di solitudine, precarietà, paura e calma assolute. Ero ben consapevole che ogni onda poteva vincermi e cercavo di non sfidare l'onda con l'uso della forza ma anche di non rimanere passivo.
Ero giunto in un punto dove non mi avrebbe potuto pensare e cercare nessuno.
Era quello che volevo e che temevo.
Spinto non so da cosa ho cercato di individuare la vela dei corsisti guardando verso est (io ero uscito direttamente verso fuori) ma non riuscivo a scorgere nulla. Dopo avere virato, decuplicando la preoccupazione e l'attenzione per il rischio di perdere il controllo traversandomi alle onde, ho iniziato a dirigermi verso est con rotta a rientrare.
Mi ero imposto di non tornare indietro ma di andare verso questo incontro-traguardo.
Il mare era sempre più gonfio ed il mio respiro si stava facendo un poco teso ma ormai ero fuori, direi pure al largo. Anche tornare sarebbe stato impegnativo e certamente avrebbe richiesto del tempo. Ho pensato quindi che tra tornare ed allontanarmi ancora di più andando verso est alla ricerca della vela-ideale non ci sarebbe stata grande differenza.
Ormai ero solo, inesperto, in mezzo al mare gonfio (sottolineo “per me”).
Nella mia mente sentivo farsi il vuoto ed il gesto della pagaiata e la ricerca dell'equilibrio, messo in discussione ad ogni onda, diventava la mia unica dimensione.
Ho pensato cosa potesse avermi indotto a lanciarmi a capofitto (è proprio il caso di dirlo) in questa nuova condizione il cui scopo è viaggiare felice ed atterrito nel più temuto degli elementi, l'elemento primordiale , quello dal quale proveniamo e dal quale non sapremo mai se desideriamo distaccarci o farvi ritorno.
Oggi credo di avere percepito il “doppio” che il mare può rappresentare per noi.
Ecco il segreto, desiderarlo e fuggirlo allo stesso tempo.
Oggi ho vissuto il piacere di un equilibrio precario che è una sorpresa ed un dono e che ad ogni onda può essere messo in discussione o addirittura negato.
Bisogna accettare tutto quello che il mare e la vita vorrà.
Pagaiando alla ricerca del mio equilibrio ho intravisto lontana una macchia bianca che sarebbe potuta essere una vela. Ho iniziato a dirigermi verso quel punto bianco forse vela.
Era una vela ed era proprio la vela dei corsisti. L'ho raggiunta all'altezza dell'ingresso del Porto di Palermo. Le onde erano ancora più impegnativa a causa della risacca di ritorno dalla diga foranea ed ho avuto ancora paura.
Ho quindi iniziato la strada del ritorno.
All'ingresso del bacino della Lega Navale mi sentivo sereno. Di certo non euforico. Non ho parlato con nessuno di quanto avevo vissuto.
In fondo poteva anche essere un mare calmo e non inquietante per altri kayaker navigatori ed essere un mare mosso e solitario soltanto per me, neokayaker che cerca di rimanere a galla, a testa alta, cercando di mantenere il proprio precario equilibrio
09.06.2010
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sabato 8 maggio 2010
Real casa dei water
La Real Casa dei Matti è il nome con cui era conosciuto l'Ospedale Psichiatrico di Palermo e per tanti anni è stato lo scenario in cui si è consumato il dramma della follia e della violenza dell'istituzione su quella che è stata considerata una inaccettabile e perturbante devianza.
Oggi la Real Casa dei Matti non esiste più come non esiste più l'Ospedale Psichiatrico.
Il luogo è stato ridefinito e privato della sua specificità al fine di evitare il perpetrarsi delle gravi lesioni alla dignità dei degenti, ovvero dei folli, dei matti, dei malati di mente che dir si voglia. Il luogo non è più il contenitore della follia che è stata quindi, quale entità che corre sulle gambe dei suoi interpreti, redistribuita all'intera società e ad altri perscorsi di integrazione (sperata) e di cura (tentata).
Si è ritenuto, certamente a ragione, che il luogo fosse esso stesso un elemento perturbante e capace di creare nuovi perturbatori.
Si è quindi deciso di allontanare il perturbante e forse, più nascostamente ed in maniera inespressa, di scotomizzare con la scomparsa del perturbante anche la presenza del perturbatore, del “folle riaggregatore di significati”
Ma, come spesso accade, quello che esce dalla porta rientra dalla finestra.
In questo caso si tratta della finestra del bagno.
Mi spiegherò meglio
Ci troviamo all'interno di quello che fu l'Ospedale Psichiatrico di Palermo, ora adibito ad uffici amministrativi ed in particolare nel bagno della direzione amministrativa e possiamo vedere un fenomeno singolare e suggestivo.
Si dice infatti che i luoghi conservino la memoria delle persone che vi hanno vissuto, delle loro storie e delle loro passioni, letteralmente impregnando di se i luoghi, le pareti, gli spazi.
Ecco quindi che “il perturbante”, la follia intesa come la capacità di creare nuovi significati, di accostare i vissuti in maniera difforme dal senso comune, di scomporre e di ricomporre il nostro spazio vitale secondo nuove sintesi, sembra proprio essere rimasta sospesa in questo ambiente “bonificato” soltanto in superficie, come se un nuovo intonaco ed una nuova ceramica fossero sufficienti a cancellare l'impregnazione umorale ed energetica di tanti anni di vita “follemente creativa”.
Ed ecco quindi che, in maniera assolutamente non prevista e non rispondente ad un percorso condiviso, la tavola del water va ad ornare il dispenser della carta igienica, assumendo un nuova ed imprevista identità e dando vita ad una nuova struttura composita che non è water e non è dispenser e che potremmo chiamare chessò, “waspenser oppure dispenter”.
Tutti noi che siamo fieri del nostro percorso ideale che ci ha appassionati nel farci sentire partecipi di una storia di libertà e di riaffermazione della dignità umana e che non vorrà più vedere il volto dell'istituzione che genera essa stessa follia ed esclusione non possiamo che cedere dinanzi al ripresentarsi di questo filo invisibile, mai soppresso, che non accenna ad arrendersi, che non rinuncia alla possibilità negata di ridare un nuovo nome alle cose, di ridisegnare il proprio mondo e che passa per questa bella toilette messa a nuovo.
07.05.2010
Vincenzo Cordovana
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